
2005 / pp. 169 / € 13,00 € 12,35
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Spesso è stato detto che l’Arte della Fuga di Bach sarebbe un raggiungimento supremo della musica. Ma perché lo sia e in quale modo difficilmente si troverà spiegato. E di questo tratta invece Paolo Castaldi, con la veemenza e l’incisività che sono il sigillo dei suoi scritti, nel tentativo di illuminare ciò che qui viene definito il «Terzo Stile» di Bach – cioè quell’«estremo stile, ascetico e disincarnato, quasi matematicamente ordinato e via via sempre più estraniato (almeno in apparenza) dall’espressione del vissuto, che fu raggiunto, nel corso di una immensa traiettoria speculativa e compositiva, dal culmen della musica tutta: Johann Sebastian Bach».
A questa audace ma rigorosa dimostrazione se ne aggiunge un’altra, che ci proietta al polo opposto della musica – Debussy –, sotto forma di lettera «tenera e lunga», magistrale nella modulazione stilistica, dove si rivela come la proposizione di Debussy «Il piacere è la regola» abbia «una portata incalcolabile», in quanto «si contrappone innanzitutto alla glorificazione del dolore e della sofferenza, intesa come pedaggio per l’accesso alle zone empiree della nobiltà dello spirito. La sua policromia, di suoni e di figure non solo, ma di significati, avviene senza forzature, come per gioco, o come per miracolo».
E, in chiusura, troveremo una ripresa: dopo In nome del padre, che offriva già nel 1970 una prospettiva del tutto nuova, e del tutto anti-adorniana, su Strawinsky, Castaldi è tornato sul tema perché «altre idee premevano per essere espresse». Nella sua scalena tripartizione, questo libro conferma che Castaldi, in quanto compositore che scrive di musica, appartiene alla rara stirpe di quegli scrittori che parlano dello scrivere – e sanno dire spesso cose che non si potrebbero trovare altrove.